FOCUS: da fusioni italiane può partire corsa europea alle 'megabanche' (Mediobanca)

MILANO (MF-NW)--Per decenni, i vertici delle banche europee hanno scartato l’ipotesi di fusioni e acquisizioni (M&A) transfrontaliere a causa della mancanza di significative sinergie di costo. Un limite che, secondo gli analisti di Mediobanca Research, non esaurisce però le motivazioni alla base delle aggregazioni tra grandi istituti. L’unione può infatti completare il mix di attività e accrescere la scala operativa. Allo stesso tempo, sfruttare i reciproci punti di forza consente di diversificare le fonti di ricavo, rafforzando l’entità risultante e permettendo alle banche europee di recuperare parte delle quote di mercato dell’investment banking cedute alle rivali statunitensi dal 2009.

Da allora, gli istituti europei hanno perso 20 punti percentuali di quota di mercato a vantaggio di quelli statunitensi, perdendo di fatto autonomia nella gestione delle grandi operazioni di investment banking in Europa, affermano gli analisti. Le banche Ue intercettano infatti solo il 10% delle operazioni più redditizie nel continente. A penalizzarle rispetto alle concorrenti americane, sottolinea Mediobanca, è soprattutto la minore dimensione patrimoniale, considerata un fattore chiave per il successo nell’investment banking.

L’Europa avrebbe quindi bisogno di megabanche anche per sostenere l’attuazione del piano Draghi, già in corso in settori strategici come energia, telecomunicazioni e difesa. Secondo gli analisti, operazioni di questa portata difficilmente verrebbero finanziate dagli istituti statunitensi, rendendo necessario un rafforzamento della capacità finanziaria del sistema bancario europeo.

È in Italia che, a detta degli esperti, potrebbe nascere questa "storia d’amore": le operazioni di M&A domestiche attualmente in corso, se dovessero portare alla nascita di banche di dimensioni europee, potrebbero innescare un effetto domino a livello continentale. Nella lettura degli analisti, secondo la tipica dinamica europea, gli adeguamenti normativi necessari a recepire la nuova realtà arriverebbero in un secondo momento.

La Grande Crisi Finanziaria ha contribuito a creare il divario tra banche europee e statunitensi. Interventi di nazionalizzazione più rapidi e incisivi, affermano gli esperti, hanno consentito ai gruppi Usa di preservare i propri modelli di business verticalmente integrati. Le banche europee, al contrario, sono state costrette a cedere alcuni dei loro asset più redditizi e meno assorbenti di capitale – i cosiddetti business capital-light – nell’Asset Management, ridimensionando contemporaneamente le divisioni Cib (Corporate & Investment Banking), caratterizzate da una maggiore intensità di capitale.

Gli analisti rilevano come queste dinamiche abbiano progressivamente ampliato il divario competitivo tra le due sponde dell’Atlantico, portando gli istituti europei verso livelli di redditività inferiori rispetto ai concorrenti americani. Oggi, tuttavia, la situazione appare in parte cambiata: l’analisi di Mediobanca indica infatti che le banche Ue hanno sostanzialmente colmato il gap di redditività. Resta però una differenza significativa nelle valutazioni di mercato. Gli istituti statunitensi continuano a beneficiare di multipli più elevati, grazie a un costo del capitale inferiore: nonostante un tasso risk-free più alto, il premio per il rischio azionario risulta infatti circa la metà di quello delle controparti europee.

Per Mediobanca, questa distanza non trova una spiegazione convincente né nel rischio intrinseco dei rispettivi modelli di business né nel rischio sovrano. La valutazione degli analisti punta piuttosto sulla maggiore scala e sulla più ampia diversificazione delle attività dei gruppi americani, caratteristiche che il mercato sembrerebbe premiare.

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MF NEWSWIRES (redazione@mfnewswires.it)

1516:25 set 2026