FOCUS: investimenti alternativi, dal mito del modello Yale al ritorno alla semplicità (Payden & Rygel)
MILANO (MF-NW)--Negli anni 2000, il modello Yale ha spinto molte istituzioni ad aumentare l'esposizione agli investimenti alternativi. Tuttavia, per molte istituzioni, soprattutto quelle di dimensioni ridotte, i benefici attesi non si sono pienamente materializzati a causa dell'accesso limitato ai migliori gestori, dei costi elevati, della complessità operativa e dei minori vantaggi di diversificazione rispetto al previsto. In prospettiva, "strategie più semplici e trasparenti basate sui mercati pubblici, come il tradizionale portafoglio 60/40, avrebbero spesso garantito risultati migliori in termini di rendimento netto, liquidità e facilità di gestione", commenta Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel.
MODELLO YALE: FOCUS SU PRIVATE EQUITY, HEDGE FUND E ASSET REALI
Gli anni 2000 sono stati caratterizzati da un diffuso entusiasmo per il 'modello Yale'. "Sviluppato da David Swensen, storico Chief Investment Officer dello Yale Endowment, tale approccio privilegiava un’allocazione fortemente orientata verso strumenti alternativi, come private equity, hedge fund e asset reali, rispetto al tradizionale portafoglio 60/40 composto da azioni e obbligazioni quotate", spiega l'esperto. Il concetto di fondo era quello che i mercati privati, meno liquidi e più inefficienti, potessero offrire premi al rischio superiori per gli investitori pazienti. Questa narrativa ha esercitato una forte attrazione su fondi pensione e fondazioni di ogni dimensione.
GRANDE RIALLOCAZIONE VERSO GLI ALTERNATIVI
"A partire dalla pubblicazione di Pioneering Portfolio Management nel 2000, i fondi pensione pubblici statunitensi hanno progressivamente modificato la composizione dei propri portafogli", continua Cleveland. Nel 2001, gli investimenti alternativi rappresentavano circa il 14% degli asset rischiosi; nel 2021, tale quota si avvicinava al 40%. Analogamente, i grandi fondi di dotazione hanno superato il 50% di allocazione in alternativi, mentre anche quelli più piccoli hanno raggiunto quote prossime al 20%. "Questa trasformazione è stata finanziata principalmente riducendo l'esposizione alle azioni quotate (dal 59% al 47%) e triplicando quella verso strumenti alternativi (dall'11% al 30% in due decenni). Tale evoluzione non è stata guidata da vincoli di finanziamento o da un aumento della propensione al rischio, bensì dall'applicazione di modelli teorici di allocazione - in particolare quelli basati sull'analisi media-varianza - che attribuivano agli alternativi rendimenti attesi più elevati e minore correlazione con i mercati pubblici", spiega l'esperto. "Il punto critico risiede proprio nelle ipotesi: bastano assunzioni relativamente semplici su rendimenti e correlazioni per rendere gli alternativi apparentemente più attraenti. Negli ultimi due decenni, l'alfa percepito di queste asset class è aumentato di circa 58 punti base, spingendo ulteriormente le allocazioni", continua Cleveland.
BENEFICI SOLO PER GRANDI ISTITUZIONI CON ACCESSO PRIVILEGIATO
Tuttavia, i benefici teorici degli investimenti alternativi si manifestano principalmente per le grandi istituzioni dotate di risorse, competenze e accesso privilegiato. L'accesso ai migliori fondi non risulta infatti uniforme: gli investitori più grandi ottengono le opportunità più interessanti, mentre quelli più piccoli spesso si collocano su segmenti meno performanti del mercato. "I dati mostrano che, in quasi tutti gli ultimi 24 anni, almeno un fondo pensione ha sottoperformato il mercato azionario attraverso il private equity. In secondo luogo, i costi sono significativamente più elevati. Commissioni di gestione fino al 2%, commissioni di performance del 20% e ulteriori spese operative possono portare il costo complessivo per i piccoli investitori al 3-4% annuo", spiega l'esperto. Infine, "gli investimenti in asset privati richiedono strutture organizzative complesse: due diligence approfondita, monitoraggio continuo, gestione dei flussi di cassa e supervisione delle valutazioni. In assenza di tali capacità, l'investitore si espone al rischio di detenere strumenti opachi e difficilmente valutabili", prosegue Cleveland.
DIVERSIFICAZIONE RESTA ELEMENTO CRITICO
"Un ulteriore elemento critico riguarda la diversificazione: se per le grandi istituzioni è possibile costruire portafogli ampi e ben articolati, le realtà più piccole spesso non dispongono della scala necessaria", dichiara l'esperto. Inoltre, nel tempo, i benefici di diversificazione degli alternativi si sono ridotti: "i rendimenti di private equity e immobiliare tendono a seguire da vicino quelli dei mercati azionari, mentre le obbligazioni pubbliche hanno mantenuto una correlazione negativa più stabile", riporta Cleveland. "È quindi lecito domandarsi se gli investitori abbiano sostituito strumenti di diversificazione collaudati con alternative più costose e meno trasparenti. Un'eccezione interessante è rappresentata dall'oro, che offre liquidità, costi contenuti e una correlazione di lungo periodo prossima allo zero con l'azionario, contribuendo alla resilienza del portafoglio", continua l'esperto.
MERCATI PUBBLICI OFFRONO TRASPARENZA PIÙ IMMEDIATA
"Immaginando uno scenario alternativo in cui le istituzioni fossero rimaste ancorate ai mercati pubblici, con un portafoglio 60% azioni e 40% obbligazioni Usa, tale strategia, pur con una maggiore volatilità nel breve periodo, nel lungo termine avrebbe generato una sovraperformance rispetto al rendimento mediano dei fondi pensione pari a circa il 50%, anche in assenza di ribilanciamento", osserva Cleveland. "I vantaggi sarebbero stati evidenti: minori costi, maggiore trasparenza, liquidità costante e una governance più semplice. Strategie attive limitate, come l'aumento dell'esposizione obbligazionaria nelle fasi di ribasso, avrebbero ulteriormente migliorato i risultati", continua l'esperto. La percezione di stabilità associata ai mercati privati è in parte illusoria. L'assenza di valutazioni giornaliere riduce la volatilità apparente, mentre i prezzi reali si adeguano con ritardo. Tuttavia, "questa stabilità ha un costo: in situazioni di stress, la liquidità può venire meno, rendendo difficile disinvestire. Al contrario, i mercati pubblici offrono trasparenza immediata: i prezzi si adeguano rapidamente, ma garantiscono la presenza di controparti anche nelle fasi di maggiore tensione. Per le istituzioni più piccole, ciò si traduce in una gestione più semplice e controllabile, senza richieste di capitale o vincoli operativi complessi", dichiara Cleveland.
PORTAFOGLIO 60/40 PIÙ VANTAGGIOSO IN LUNGO TERMINE
Il vantaggio del modello Yale non risiedeva negli strumenti alternativi, quanto in dimensione, governance e accesso privilegiato. "Per molte realtà, una strategia più semplice, basata su azioni pubbliche, obbligazioni di qualità ed eventualmente un diversificatore a basso costo come l'oro, avrebbe rappresentato una scelta più efficiente in termini di rendimento corretto per il rischio, costi e complessità gestionale", spiega l'esperto. Guardando al futuro, "Per molte realtà, una strategia più semplice, basata su azioni pubbliche, obbligazioni di qualità ed eventualmente un diversificatore a basso costo come l'oro, avrebbe rappresentato una scelta più efficiente in termini di rendimento corretto per il rischio, costi e complessità gestionale", conclude Cleveland.
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0812:41 mag 2026