FOCUS: l'oro non brilla più (eToro)

MILANO (MF-NW)--'Conosciamo tutti la storia di Re Mida, il sovrano della Frigia che trasformava in oro tutto ciò che toccava. Soltanto troppo tardi scoprì che persino il dono più prezioso poteva trasformarsi in una maledizione. Gli investitori stanno riscoprendo una versione finanziaria dello stesso paradosso. Dopo un 2025 in cui qualsiasi preoccupazione sembrava sufficiente a spingere il metallo verso nuovi record, con dodici mesi consecutivi di rialzi e un guadagno del 64,55%, oggi persino le cattive notizie faticano a farlo brillare. L'oro ha restituito quasi il 7% dall'inizio dell'anno, mentre dai massimi storici di gennaio la correzione supera il 28%', afferma Gabriel Debach, market analyst di eToro.

'Eppure, qualcosa non torna nel comportamento del metallo prezioso. Wall Street arretra, il dollaro perde terreno, i rendimenti reali scendono e gli investitori tornano ad acquistare Treasury. Una combinazione che, almeno sulla carta, dovrebbe favorire l'oro. Invece le quotazioni scivolano nuovamente verso i 4.000 dollari l'oncia, con una perdita settimanale vicina al 3,5%, la più marcata dallo scorso giugno', prosegue l'esperto.

'E non è soltanto una questione di sedute negative', dichiara l'analista. 'Dall'inizio del 2026 il metallo ha registrato 103 giornate positive e 101 negative. Una distribuzione sostanzialmente equilibrata, che nasconde però un'asimmetria importante: le perdite accumulate nelle fasi di correzione hanno superato i guadagni delle giornate favorevoli. Cinque dei primi nove mesi dell'anno si sono chiusi in territorio negativo, ai quali rischia di aggiungersi ottobre. Il solo giugno ha lasciato sul terreno oltre il 10%'.

'Il problema, dunque, non è che nessuno compri più oro. È che gli acquisti non riescono a compensare la pressione delle vendite.

Per comprendere questa apparente contraddizione occorre partire da una variabile spesso meno osservata del prezzo stesso: i rendimenti reali dei Treasury, quelli che gli investitori ottengono una volta considerata l'inflazione attesa. L'oro non distribuisce cedole né dividendi. Quando un titolo di Stato americano offre un rendimento reale elevato, detenere metallo prezioso comporta un costo opportunità maggiore', afferma Debach.

'Dall'inizio dell'anno il rendimento reale del Treasury decennale è salito da circa l'1,8% a oltre il 2,6%. Un concorrente sempre più difficile per un'attività che non distribuisce cedole. Ma proprio mentre i rendimenti hanno cominciato a scendere, l'oro non è riuscito a recuperare terreno', dichiara l'esperto.

'Dal 13 al 21 ottobre, infatti, i rendimenti reali decennali sono scesi dal 2,9% al 2,765%. Anche i rendimenti nominali dei Treasury hanno registrato una flessione importante, accelerata giovedì dagli acquisti di titoli governativi durante la correzione tecnologica. Il dollaro, anziché rafforzarsi, ha perso terreno, mentre il VIX è risalito verso quota 19. Tre movimenti che, isolatamente, avrebbero potuto offrire sostegno al metallo prezioso. Il prezzo dell'oro ha continuato invece a scendere', spiega l'analista.

'L'anomalia emerge anche osservando la relazione statistica tra le quotazioni dell'oro e i rendimenti reali americani. Nelle ultime venti sedute, la correlazione tra i livelli giornalieri del metallo e quelli del rendimento decennale, stimato sottraendo le aspettative d'inflazione implicite nei Treasury al rendimento nominale, è risultata positiva, intorno a 0,6. In altre parole, nella finestra più recente i due indicatori hanno mostrato una tendenza a muoversi nella stessa direzione, anziché in quella opposta generalmente associata al costo opportunità dell'oro', afferma Debach.

'Nelle ultime settimane la relazione tradizionale non è stata sufficiente a spiegare il comportamento dei prezzi. La spiegazione potrebbe risiedere nella differenza tra il livello delle condizioni finanziarie e la loro variazione più recente. I rendimenti reali stanno diminuendo, ma restano elevati rispetto all'inizio dell'anno. Il dollaro può indebolirsi per alcune sedute senza cancellare il vantaggio di rendimento accumulato dalle attività denominate nella valuta americana. E un aumento dell'avversione al rischio non si traduce necessariamente in acquisti di oro, soprattutto quando gli investitori cercano liquidità oppure devono ridurre l'esposizione complessiva dei portafogli', prosegue l'esperto.

'A complicare ulteriormente il quadro interviene il petrolio', continua l'analista. 'Il Brent è tornato sopra i 110 dollari al barile, spinto dalle tensioni in Medio Oriente e dai nuovi timori sulle forniture energetiche. Giovedì il greggio ha registrato un rialzo nell'ordine del 4%, riaccendendo le preoccupazioni per un'inflazione che potrebbe costringere la Federal Reserve a mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo, o persino ad aumentare ulteriormente i tassi'.

'Il petrolio più caro può sostenere la domanda di oro come protezione geopolitica, ma può anche rafforzare le aspettative di una politica monetaria più restrittiva, rendendo meno conveniente detenere un'attività priva di rendimento. Lo stesso shock energetico può quindi agire contemporaneamente a favore e contro il metallo prezioso', dichiara Debach.

'Le probabilità implicite nei futures sui Fed Funds indicano ormai una pausa quasi scontata nella riunione del 27-28 ottobre, con una probabilità di mantenere invariati i tassi salita intorno al 93%, dall'84,5% rilevato in precedenza. Ma per dicembre il mercato continua ad attribuire una probabilità prevalente a un nuovo rialzo. Una pausa, dunque, non equivale necessariamente a una svolta accomodante.

L'oro ha storicamente trovato particolare sostegno nei momenti in cui gli investitori hanno cominciato a dubitare della capacità delle autorità monetarie di preservare il valore della moneta. Oggi, nonostante il petrolio sopra i 110 dollari, il mercato obbligazionario sembra invece mostrare una discreta fiducia nella capacità della Fed di contenere l'inflazione', prosegue l'esperto.

'Il breakeven americano a dieci anni è addirittura sceso dal 2,37% al 2,32% tra mercoledì e giovedì. Le famiglie, secondo l'Università del Michigan, esprimono preoccupazioni maggiori, con aspettative d'inflazione di lungo periodo al 3,5%. Ma sui mercati finanziari non emerge ancora una vera crisi della credibilità monetaria. Il rincaro dell'energia viene osservato anche attraverso la possibile risposta della banca centrale, non soltanto attraverso il suo effetto immediato sui prezzi.

C'è poi un altro elemento che merita attenzione: il posizionamento degli investitori', afferma l'analista.

'L'ultimo Commitments of Traders disponibile, relativo al 13 ottobre e riferito ai contratti futures e opzioni combinati sul Comex, mostra una posizione netta lunga dei Managed Money di 111.079 contratti. In una sola settimana l'esposizione si è ridotta di 3.741 contratti, mentre nell'arco di quattro settimane il ridimensionamento ha sfiorato i 26.000. Il dato suggerisce che una parte della pressione ribassista sia accompagnata da una riduzione dell'esposizione speculativa. Ma non descrive un mercato eccezionalmente affollato di posizioni rialziste da smontare. Più che lo scoppio di una scommessa speculativa eccessivamente affollata, emerge un progressivo ridimensionamento della convinzione rialzista', spiega Debach.

'Un quadro che diventa ancora più interessante confrontando il mercato dei derivati con quello degli strumenti sostenuti da oro fisico. Secondo il World Gold Council, a settembre gli Etf globali hanno attratto 10 miliardi di dollari, portando gli afflussi del terzo trimestre al record di 31 miliardi. Le riserve detenute da questi strumenti hanno raggiunto 4.256 tonnellate, nonostante la debolezza delle quotazioni. Sono dati precedenti all'ultima correzione, ma mostrano come la domanda di investimento possa rimanere sostenuta anche mentre i prezzi scendono', afferma l'esperto.

'È una distinzione importante', prosegue l'analista. 'Il mercato dell'oro non è composto da un unico investitore con un'unica motivazione. Chi acquista metallo fisico per diversificare le riserve, chi investe attraverso Etf e chi opera sui futures può avere orizzonti temporali, vincoli e sensibilità ai tassi molto differenti. La presenza di compratori strutturali non impedisce quindi che, nel breve periodo, siano le vendite e la riduzione del rischio a determinare il prezzo'.

'Resta soprattutto un interrogativo che va oltre la tenuta della soglia dei 4.000 dollari, tornata al centro dell'attenzione dopo il ritorno delle quotazioni sui livelli di luglio', conclude Debach.

dfg

gaia.difraia@mfnewswires.it

(fine)

MF NEWSWIRES (redazione@mfnewswires.it)

2312:05 ott 2026