FOCUS: mercati alla prova delle banche centrali (Intermonte)
MILANO (MF-NW)--"Geopolitica, macroeconomia, banche centrali e trimestrali: la settimana che precede le elezioni americane di medio termine concentra tutti i principali fattori che possono far muovere i mercati", afferma Donatella Principe, Head of Global Strategy di Intermonte. "E si apre con una sorpresa dal Brasile, dove Lula vince contro lo sfidante Bolsonaro: dopo una serie di tornate elettorali che hanno spostato nettamente a destra l'America Latina - Colombia, Perù, Argentina, Cile e Uruguay - il voto brasiliano sembra tirare il freno a mano sulla cosiddetta "dottrina Donroe", la rilettura in chiave trumpiana della vecchia dottrina Monroe, che considera l'America Latina il "cortile di casa" degli Stati Uniti".
"La reazione dei mercati è stata violenta", dichiara l'esperta. "La Borsa brasiliana ha registrato il crollo più pesante dai tempi del Covid e, per trovare una perdita giornaliera così intensa del real, bisogna tornare agli anni '90. Forte anche l'effetto contagio: lo spread dell'Argentina si allarga di 40 punti base, molte valute emergenti scendono per simpatia e la svalutazione del real, che restituisce competitività al Brasile, pesa sulle materie prime alimentari. Due le ragioni di una correzione così brusca: il timore per la tenuta dei conti pubblici sotto l'amministrazione Lula e la necessità di smontare in fretta le massicce posizioni costruite in attesa di una vittoria di Bolsonaro".
"L'agenda dei prossimi giorni è fittissima. Sul fronte geopolitico si aprono il quinto plenum del Partito comunista cinese e le elezioni in Israele; su quello macroeconomico arrivano dati cruciali su PIL e inflazione, oltre alla legge di bilancio del Regno Unito. Si riuniranno cinque importanti banche centrali, tra cui Fed e BCE, mentre riporteranno i conti 179 società dell'S&P 500, ovvero il 36% dell'indice, insieme a due big asiatiche legate all'intelligenza artificiale, SK Hynix e Samsung", spiega l'analista.
"Il voto israeliano non ha un impatto diretto sull'economia, ma conta per i legami con l'America di Trump e con la guerra in Iran. La stampa americana e alcuni membri dell'amministrazione ne parlano apertamente: passate le elezioni di medio termine il ritorno al conflitto è quasi certo", prosegue Principe. "Il petrolio incorpora questa possibile nuova escalation, con rischi crescenti anche per le infrastrutture energetiche. Il Brent supera i 115 dollari, vicino ai massimi del conflitto, e ha chiuso sopra quota 100 in 34 delle ultime 35 sedute. Una corsa talmente rapida da lasciare indietro perfino il crack spread, finora uno dei barometri più affidabili della crisi energetica: segno che il rialzo è guidato esclusivamente dall'offerta, mentre il contributo della domanda è addirittura negativo".
"La stretta sull'offerta è evidente nei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, con solo cinque passaggi di petroliere nel mese di ottobre. Il mercato ha ormai preso atto che il conflitto non finirà a breve: a giugno, con la firma del Memorandum of Understanding, prezzava al 90% una normalizzazione della situazione a Hormuz entro fine anno, mentre oggi la probabilità è scesa sotto l'8%. Anche i futures sul 2027 scontano una guerra più lunga: il contratto di marzo 2027 quota sopra i 100 dollari al barile e quello di fine 2027 resta di circa il 20% superiore ai livelli precedenti l'attacco di Stati Uniti e Israele all'Iran", afferma l'esperta.
Secondo l'analista, "lo shock energetico continua a tenere sotto pressione l'inflazione, che questa settimana affronta nuovi test: il PCE americano, i dati preliminari sui prezzi al consumo di Germania, Francia e Spagna e le aspettative di inflazione nell'Unione Europea, attese in salita per il terzo mese consecutivo. Il nodo sarà capire quanto lo shock si trasferisca dalla componente headline a quella core attraverso gli effetti di secondo livello".
"Negli Stati Uniti", prosegue Principe, "andrà osservata anche la quota di componenti sopra il target, parametro indicato da Warsh. Anche se i dati arriveranno dopo le riunioni delle banche centrali, difficilmente avrebbero cambiato le decisioni: tra macro e politica monetaria si è aperta una netta distonia. Nel 2026 i rialzi dei tassi battono i tagli 25 a 9, eppure il 40% delle 15 principali banche centrali resta dietro la curva, perché stringere troppo in un'economia fragile appare più pericoloso che stringere poco con un'inflazione in salita. Da Fed, Bce e forse Bank of Japan ci si può attendere un atteggiamento da colombe nei fatti, ma da falchi nelle parole".
"Per la Fed sfiora il 90% la probabilità di tassi invariati in questa riunione, con il rialzo rinviato a dicembre, mentre per il 2027 il mercato sconta ormai un solo intervento. Simile lo scenario per la Bce, dove il rialzo di dicembre potrebbe essere un 'one and done', con tassi fermi fino al 2028. A favorire l'attesa ha contribuito anche la risalita dei rendimenti. L'Oat decennale ha superato il 5% e si è incontrato a metà strada con il Treasury in leggero calo, un 'French Kiss' che non si vedeva dal 2013, ma che rappresenta un corretto repricing del rischio Francia, non l'avvio di una crisi sistemica", spiega l'esperta.
"Il focus della settimana resterà comunque sugli hyperscaler e sulla tecnologia, con i conti di Alphabet, Microsoft e Amazon. L'attenzione degli analisti si concentrerà su un tema comune: il massiccio ciclo di investimenti nell'intelligenza artificiale che sta mettendo sotto stress il free cash flow. Wall Street vorrà evidenze che il capex si traduca in ricavi e che i margini siano sostenibili. Osservato speciale sarà il cloud: ogni rallentamento della crescita o delusione rispetto alle attese rischia di diventare il principale driver delle quotazioni", conclude Principe.
dfg
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2719:12 ott 2026