FOCUS: mercati emergenti, tenuta eccezionale malgrado rischi geopolitici (Rbc BlueBay)

MILANO(MF-NW)--"Immaginiamo quali avrebbero potuto essere le prospettive per i mercati emergenti se, all'inizio dell'attuale amministrazione statunitense, qualcuno avesse previsto lo scoppio di una guerra commerciale di dazi da parte degli Stati Uniti, la proposta americana di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, o un indebolimento della garanzia di sicurezza offerta dagli Usa alla Nato tale da spingere i partner europei a diversificare le proprie alleanze di difesa", dichiara Tim Ash, Senior Sovereign Strategist, Emerging Markets, presso Rbc BlueBay.

"Si sarebbe potuto ipotizzare un'escalation del conflitto tra Russia e Ucraina, con i droni a lungo raggio ucraini capaci di mettere fuori uso una quota consistente della capacità di raffinazione russa, trasformando la Russia da esportatore netto a importatore di diesel, e la chiusura della navigazione nel Mar Nero tale da bloccare circa un terzo delle esportazioni mondiali di grano", afferma l'esperto.

"O ancora", prosegue l'analista, "un'aggressiva politica anti-immigrazione negli Usa con l'espulsione di migliaia di migranti, e un grave conflitto in Medio Oriente a guida americana con il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz e il dilagare delle ostilità sul versante opposto della Penisola Arabica, segnato dagli attacchi degli Houthi al territorio saudita, dal loro controllo dello Stretto di Bab al-Mandeb e da un consistente disimpegno delle forze statunitensi nella regione. Si sarebbero potuti figurare il petrolio greggio a 100 dollari al barile e i prodotti raffinati a un valore doppio, l'incombere di un fenomeno di super El Niño senza alcuna tregua sul fronte della crisi climatica, nonché gli avvertimenti sui rischi dell'intelligenza artificiale per l'estinzione umana nell'arco di un decennio".

"E infine, un deficit di bilancio e un debito pubblico statunitensi in crescita incontrollata, i rendimenti dei Treasury ai massimi da vent'anni, i tassi sui mutui al 7%, la Federal Reserve costretta a un ciclo di stretta monetaria, una perdita di solida tenuta istituzionale negli USA dovuta allo svuotamento di istituzioni chiave ed all'erosione del sistema di contrappesi, fino al deterioramento del quadro multilaterale, dalle Nazioni Unite alla Corte Internazionale di Giustizia, fino a G7, G20, Fondo Monetario Internazionale, Omc e Banca Mondiale, concepito per gestire le crisi sistemiche globali", afferma Ash.

"Con l'accumularsi di rischi sistemici su così tanti fronti, ci si sarebbe normalmente aspettati una fuga verso gli asset rifugio e un massiccio sell-off sui mercati emergenti. Un dollaro più forte e maggiori costi d'importazione dell'energia avrebbero verosimilmente costretto le banche centrali dei paesi emergenti ad alzare drasticamente i tassi d'interesse, innescando un rallentamento della crescita, un allargamento dei deficit e numerose ristrutturazioni del debito sovrano. Al contrario, e in modo del tutto eccezionale, a dispetto di tali fattori avversi i mercati emergenti hanno dimostrato un'ampia resilienza: le valute emergenti, i mercati locali e perfino il credito emergente hanno tenuto con fermezza, registrando pochissimi eventi di credito", prosegue l'esperto.

"Diversi fattori spiegano questo eccezionale livello di tenuta. In primo luogo, si è verificata una deviazione dalla classica corsa verso gli asset di alta qualità: l'incertezza geopolitica e di mercato avrebbe dovuto innescare il consueto flight-to-quality e un rafforzamento del dollaro, mentre abbiamo assistito al fenomeno opposto. Ciò riflette in parte il degrado istituzionale negli Stati Uniti, ma un analogo deterioramento diffuso nei mercati sviluppati ha ridotto il divario tra i fondamentali di credito del mondo sviluppato e di quello emergente", dichiara l'analista.

"A ciò si aggiunge la volontà di diversificare rispetto al rischio statunitense: la debolezza del dollaro evidenzia il tentativo di proteggersi dalle incertezze d'oltreoceano e una potenziale perdita di credibilità della politica economica, di sicurezza ed estera degli Stati Uniti. Non essendo più percepiti come un partner stabilmente affidabile, gli investitori globali e i governi hanno cercato di distribuire il rischio altrove, a tutto vantaggio dei mercati emergenti", continua Ash.

"I mercati emergenti hanno inoltre beneficiato di un maggior margine di manovra sulle politiche monetarie: con la tenuta delle valute locali, le banche centrali emergenti hanno potuto mantenere o persino ridurre i tassi, avendo già avviato rialzi preventivi per contrastare il picco d'inflazione post-Covid. La condotta di una politica ortodossa è stata la norma, ulteriormente accentuata dai rischi provenienti dagli Usa, consentendo ai paesi emergenti di affrontare questa fase partendo da tassi nominali e reali relativamente elevati", afferma l'analista.

"Ha svolto un ruolo chiave anche la spinta alle riforme: l'attuale contesto politico statunitense è coinciso con una fase in cui diverse economie emergenti stavano uscendo da situazioni di crisi avviando percorsi di riforma, tra cui Argentina, Ungheria, Sudafrica, Sri Lanka, Egitto, Pakistan e Turchia. I rischi percepiti attorno alla politica americana hanno incoraggiato questi paesi a evitare azzardi sul piano economico, adottando politiche convenzionali che hanno favorito la convergenza tra mercati sviluppati ed emergenti", prosegue l'esperto.

"Inoltre", continua Ash, "il ciclo delle ristrutturazioni del debito era in gran parte completato, poiché molti paesi emergenti vi erano già passati, come Ghana, Zambia, Sri Lanka e Ucraina, mentre quelli giunti sull'orlo del dissesto hanno ottenuto aiuti finanziari optando per programmi di riforma ancorati al Fmi, come nei casi di Egitto e Pakistan. Non vanno poi trascurati gli extra-profitti da materie prime: se i prezzi elevati di petrolio ed energia hanno penalizzato i paesi importatori, hanno invece premiato gli esportatori ben oltre l'area del Golfo, raggiungendo l'Asia Centrale, l'Africa, l'America Latina, l'Oman e persino lo Sharjah con lo sviluppo di infrastrutture portuali esterne al Golfo Persico".

"Da ultimo, ha inciso un riposizionamento geopolitico strategico: il deterioramento della sicurezza nel Golfo ha favorito le nazioni in grado di offrire soluzioni di difesa, in particolare il Pakistan e la Turchia, come dimostrato dal recente accordo strategico di difesa siglato a La Mecca con il previsto supporto finanziario dell'Arabia Saudita", afferma l'esperto.

"L'importanza strategica di paesi quali Egitto e Bahrain è cresciuta, attraendo pacchetti di salvataggio da parte di stati con bilanci più solidi come gli Emirati Arabi Uniti. Nel contempo, i conflitti in Iran e tra Russia e Ucraina hanno elevato il profilo della Turchia nel settore della difesa sia in Europa sia nel Golfo e verso gli Usa, consentendo ad Ankara di offrire soluzioni anche in Siria, con la speranza che benefici analoghi possano interessare il Libano", conclude l'analista.

dfg

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0610:14 ott 2026