SOTTO LA LENTE: La lezione di Monti a Cernobbio
MILANO (MF-NW)--Ci è voluto un senatore a vita di ottantadue anni per dire la cosa più semplice e più scomoda: con Roberto Vannacci le battute non bastano. A Cernobbio, sul palco del Forum Ambrosetti, Mario Monti ha guardato in faccia il generale e gli ha detto che nel suo programma e nella sua retorica "un aspetto del fascismo è già in atto", promettendo di combattere quel progetto "fino all'ultima energia". Parole dure, ma pronunciate senza ironia, senza smorfie, con la lentezza di chi ha studiato le carte. È la prima volta, da quando nell'agosto 2023 'Il mondo al contrario' è esploso nelle classifiche, che un esponente dell'establishment alza il velo sulla strategia di Vannacci invece di limitarsi a deriderne il personaggio. E lo ha fatto nel luogo e nel modo più imprevedibili: non in un comizio, ma nella kermesse del capitalismo italiano; non con lo slogan, ma con la citazione puntuale di un programma che violerebbe, in più punti, la Costituzione e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione.
Una precisazione doverosa, che Monti stesso suggerisce con la precisione della sua accusa: Vannacci non è un fascista. E "fascista" è un termine ormai abusato dalla sinistra e dal cattivo giornalismo, usato così spesso e così a sproposito da essere stato svuotato di senso. Quando ogni avversario diventa fascista, nessuno lo è più: la parola smette di descrivere un pericolo e diventa un marchio di fabbrica, anzi un regalo, perché permette a chi la riceve di presentarsi come vittima di un'isteria di parte. Monti ha fatto l'operazione opposta: non ha appiccicato un'etichetta, ha indicato un meccanismo. La delegittimazione dell'avversario come "sistema", la normalizzazione progressiva di linguaggi fino a ieri inaccettabili, il revisionismo storico funzionale alla legittimazione presente — dalla Marcia su Roma ridotta a 'manifestazione di piazza' alla Costituzione trattata come un testo negoziabile — sono processi, non costumi di scena. Ed è sui processi che si misura il rischio democratico, non sulle camicie nere che nessuno indossa più.
Gli errori, intanto, si stanno ripetendo con una fedeltà che dovrebbe imbarazzare. La beffa al posto dell'analisi: come l'Avanti! dava Mussolini per "cadavere" dopo il flop del 1919, oggi i libri di Vannacci vengono liquidati come noia e narcisismo. La profezia del fenomeno passeggero: i "fuochi d'artificio" di Giolitti trovano eco in chi nel 2023 leggeva il libro come uno sfogo destinato all'oblio. L'assorbimento strumentale: come Giolitti mise i fascisti nel Blocco nazionale per usarli, Salvini ha candidato Vannacci per rilanciare la Lega — e oggi Futuro Nazionale, al 7,9 per cento nei sondaggi, erode proprio il Carroccio. Il boomerang mediatico: la polemica dell'agosto 2023 ha triplicato le vendite in una settimana. Il vittimismo come capitale: la sospensione disciplinare è diventata un'incoronazione popolare. La sottovalutazione della strategia: il libro, hanno raccontato i suoi ex collaboratori, era stato progettato fin dal 2022 come rampa di lancio, mentre tutti lo leggevano come un'improvvisazione. E infine il moralismo che non intercetta il consenso: si condannano i contenuti senza chiedersi perché ex astenuti, periferie e ceti delusi li trovino convincenti. Sette errori, gli stessi di cento anni fa, quando dal "cadavere nel Naviglio" del 1919 alla presidenza del Consiglio passarono meno di tre anni.
C'è poi un effetto che chi scrive dovrebbe avere il coraggio di ammettere. Le critiche canzonatorie e snobistiche — il "caporale russo", l'invito a visitare Dongo, le recensioni sul generale vanitoso — sono apprezzatissime dai nemici di Vannacci, che dopo averle lette si sentono migliori, più colti, più civili. Ma quella stessa soddisfazione è benzina che infiamma gli animi di chi si è fatto irretire, o che per ora è solo simpatizzante e potrebbe diventare elettore. Ogni ghigno conferma il racconto fondativo del vannacchismo: loro, le élite, vi disprezzano; io sono uno di voi. Il disprezzo non sottrae voti, li cementa.
Cosa fare, allora, per fermarlo? Una proposta banale e per questo rivoluzionaria: fare i giornalisti. Ma alla vecchia maniera. Fare domande, vere domande, senza retropensieri e senza atteggiamenti arroganti. Domande secche, con stile inglese: fatti, cifre, contraddizioni, conseguenze pratiche delle proposte. Come intende uscire dall'euro senza devastare i risparmi degli italiani? Quali articoli della Costituzione vuole cambiare, e con quali voti? Chi finanzia il partito? Il generale prospera nell'arena dell'indignazione, dove ogni attacco lo rafforza; non ha invece alcun vantaggio sul terreno del dialogo, un terreno che non gli appartiene, dove una risposta evasiva si vede e una promessa irrealizzabile si sgonfia da sola. Monti a Cernobbio l'ha dimostrato in cinque minuti: trattare Vannacci da avversario serio è l'unico modo di non consegnargli, gratis, il ruolo che cerca — quello di martire che ride ultimo.
glm
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(fine)
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0707:53 set 2026